Carlo Petrini: «APPROVATE AL PIÙ PRESTO LA LEGGE SUL BIO»



Conosco personalmente molti produttori italiani, europei e di altre parti del mondo che hanno fatto dell’agricoltura biodinamica il faro delle loro scelte produttive. Definirla una pratica esoterica o un’aberrazione normativa da ciarlatani, mi sembra un giudizio pressapochista e sintomo di scarsissima se non nulla conoscenza.


Eppure sono proprio queste le parole con cui alcuni scienziati, poco inclini al

dialogo e con la certezza di essere in possesso della verità assoluta, hanno

definito il riferimento all’agricoltura biodinamica, nel più ampio disegno di legge

sul biologico approvato in Senato lo scorso 20 maggio.


Ora, a causa del polverone mediatico sollevato da queste accuse, si teme che la

Camera stravolga il testo di legge, allungando ulteriormente un riconoscimento

normativo atteso da più di quindici anni.


La situazione che si è generata è sintomo di un vecchio paradigma riduzionista

duro a morire, che vede la realtà a compartimenti stagni. E badate bene, io sono

tutto fuorché un oppositore del metodo scientifico. Penso però che questo

debba essere applicato con un’attenta dose di buon senso e non con una fiducia

– quasi mistica – che possa funzionare sempre, e in ogni ambito. Lo scenario

agricolo mondiale attuale, con la chimica di sintesi che dalla Rivoluzione Verde

in poi è diventata la prassi del ciclo produttivo del cibo, è un esempio lampante

delle drammatiche conseguenze di quando ciò avviene.


La Rivoluzione tradita


Pensare di poter abusare di input artificiali esterni per perseguire l’aumento delle

rese agricole senza incidere negativamente sull’ecosistema, la sua biodiversità

e il clima non è stato altro che uno specchietto per le allodole. Nel breve periodo

è infatti stato un rimedio valido al problema della fame abbattendo i costi,

aumentando le quantità e rendendo l’attività agricola meno incerta.

Sennonché dopo decenni di applicazione indiscriminata di un modello intensivo

e industriale, ci troviamo a fare i conti con un impoverimento della flora e della

fauna, suoli degradati, falde acquifere e aria inquinate.

D’altronde anche le esigenze odierne sono cambiate e mi chiedo in quale

mondo vivano gli scienziati anti biologico e biodinamico quando affermano che

l’interesse nazionale sia ancora l’aumento della produttività.

In una società dove il sistema alimentare inquina, spreca e ammala, mi sembra

molto chiaro che la prerogativa non è più produrre di più con meno, ma meglio.

Nel rispetto della Terra attraverso pratiche rigenerative non energivore o

depauperanti. Di coloro che la coltivano, nella libertà di compiere le proprie

scelte, riconosciuti e tutelati anche dal punto di vista normativo. Di tutti noi

cittadini che abbiamo il diritto a un cibo sano e che soddisfi il fabbisogno

nutrizionale e non solo quello energetico.


Il paradosso della certificazione


Un cibo corredato di un’etichetta trasparente che spieghi come è coltivato e che

sostanze sono state impiegate. Sembra strano che chi coltiva in modo naturale

è sottoposto a controlli e lo deve dichiarare, mentre chi usa chimica a manetta

non è soggetto a nessuna verifica.

Quindi, miei cari scienziati scettici, non si tratta di favorire gli agricoltori biologici

e biodinamici perché ci stanno più simpatici. Bensì di disporre di un modello,

anche normativo, alternativo a quello convenzionale. Questa è anche la

direzione indicata dall’Unione Europea che individua il 25 per cento della

superficie agricola coltivata a biologico entro il 2030 (rispetto al 7% del 2020),

come un obiettivo cardine per rendere il sistema agroalimentare più sostenibile

e favorire la transizione ecologica. La modernità agricola è nelle mani di coloro

che lavorando la terra coniugano i vantaggi offerti dalle innovazioni tecnologiche

con i saperi e le pratiche ancestrali. Garantendo il rispetto delle esigenze

ecosistemiche. Gestendo le risorse naturali e limitando le esternalità.

Assicurando una produzione adeguata in qualità e quantità

Un ambito d’azione che deve essere tutelato e rispettato perché in definitiva è il

lavoro contadino che sfama il mondo, e non la scienza, che deve quindi essere

supporto e non egemonia.


Carlo Petrini


Da La Stampa del 14 giugno 2021

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